Sull’orlo della guerra tra Islamabad e Kabul

E' gravissimo il bilancio dell'attentato-kamikaze compiuto stamane a Kabul, contro l'ambasciata indiana. Secondo il portavoce del ministero della sanità, le vittime sono state 40 e quasi 150 i feriti, la metà dei quali ricoverati in ospedale. Stamane un terrorista a bordo di un'auto-bomba si è lanciato contro il cancello principale della delegazione indiana nella capitale afghana, che si trova nel cuore di Kabul, proprio di fronte al ministero dell'Interno afghano. In fila, in attesa dei visti per l'espatrio, c'erano decine di persone. E' stata una strage. (Agi)
7 LUG 08
Ultimo aggiornamento: 22:58 | 11 AGO 20
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E' gravissimo il bilancio dell'attentato-kamikaze compiuto stamane a Kabul, contro l'ambasciata indiana. Secondo il portavoce del ministero della sanità, le vittime sono state 44 e quasi 150 i feriti, la metà dei quali ricoverati in ospedale. Stamane un terrorista a bordo di un'auto-bomba si è lanciato contro il cancello principale della delegazione indiana nella capitale afghana, che si trova nel cuore di Kabul, proprio di fronte al ministero dell'Interno afghano. In fila, in attesa dei visti per l'espatrio, c'erano decine di persone. E' stata una strage. (Agi)
Dal Foglio del 1 luglio 2008
Il video in bianco e nero sembra un gioco di guerra, se non fosse per gli omini bianchi che corrono, i traccianti e i lampi delle esplosioni. E’ tutto vero. Il 10 giugno un reparto americano nella provincia afghana di Kunar, a ridosso del confine pachistano, è finito sotto attacco. Un predator Warrior, aereo senza pilota dell’ultima generazione, ha filmato tutto dal cielo. Lo scontro ha lasciato sul terreno undici guardie del Corpo di frontiera pachistano, incrinando le relazioni diplomatiche tra Islamabad e Washington. Gli americani hanno messo in rete il video del combattimento per dimostrare che avevano ragione a rispondere al fuoco con le loro bombe di precisione.
La collinetta ripresa nei primi fotogrammi è una delle tante del confine fra Afghanistan e Pakistan. Un gruppetto di sette uomini appostati spara sulle forze della coalizione. I lanciarazzi Rpg e la risposta americana si notano benissimo. Una voce fuori campo, degna di Hollywood, descrive l’azione. A dare man forte ai talebani arrivano altri elementi armati. Figure bianche che corrono verso il crinale della collina. Il Predator gira in circolo ad alta quota, e non li molla mai. A un certo punto gli assalitori scappano verso il Pakistan, a soli duecento metri di distanza. Devono aver sentito il rombo di un cacciabombardiere giunto in appoggio alle truppe a terra. A un tratto c’è una vampata di fuoco poi una colonna di fumo che si disperde nel cielo. La prima bomba di precisione ha centrato due assalitori. Le altre figurine bianche scappano alla ricerca di un riparo. Sembrano trovarlo in mezzo alle rovine. Pare quasi che scavino con le mani un riparo dove infilarsi. Il mirino rettangolare del Predator, che dirige il bombardamento, li inquadra e si restringe con una zoomata sull’obiettivo. Pochi attimi dopo due esplosioni, provocate da altrettante bombe di precisione sganciate una dopo l’altra, inceneriscono quello che rimane della cellula nemica. Il video finisce con una folata di fumo e polvere.
Lo scontro è avvenuto a nord-ovest del villaggio di Ghalanai, lungo i duemilaquattrocento chilometri della frontiera con il Pakistan. Come ai tempi dei mujaheddin durante l’invasione sovietica, i talebani hanno impiantato le loro retrovie nell’area tribale pachistana. Il governo di Islamabad voleva costruire un “muro” invalicabile. Dopo aver iniziato a innalzare i primi 35 chilometri di rete metallica e sensori, il progetto si è bloccato. I talebani trovano sempre un varco per infiltrarsi in Afghanistan, con o senza la rete.
Gli undici paramilitari del Corpo di frontiera uccisi nel bombardamento aereo facevano evidentemente un doppio lavoro. Da una parte controllavano il confine e dall’altra combattevano al fianco dei talebani.
Le guardie di frontiera vengono reclutate fra le tribù pashtun locali. Spesso indossano tunica e pantaloni a sbuffo, tipici di questa parti, che li rendono indistinguibili dai talebani. Per capire l’umore dell’area tribale pachistana è necessario leggere il comunicato stilato dagli anziani dopo lo scontro con gli americani a Ghalanai. Le tribù sono “pronte a mobilitare una lashkar (un’armata), come nel 1948, quando abbiamo combattuto per la nostra patria in Kashmir”. I pashtun inviarono un contingente di volontari al fianco dell’esercito pachistano nella prima guerra contro l’India. L’area tribale a cavallo fra Pakistan e Afghanistan è un mondo a parte, fermo al medioevo, dove la modernità è considerata un arnese del diavolo. Era già evidente nel 1983, quando i mujaheddin combattevano l’Armata rossa. Per raggiungere la prima linea si doveva passare l’area tribale, ma l’unica strada asfaltata era chiusa da un catenaccio ogni volta che calava la sera. Le milizie tribali non sentivano ragione e pretendevano che i viaggiatori si fermassero e pregassero rivolti verso la Mecca. Per i pashtun era inconcepibile che qualcuno non fosse musulmano. Il mullah che guidava la preghiera si accorse che i giornalisti presenti non ripetevano le shure del Corano. Per non parlare della goffaggine nel seguire le mosse della preghiera.
L’eventualità di finire male, in quanto infedeli, fu evitata per un soffio dall’interprete. Spiegò che venivano da un paese lontano per seguire la guerra santa contro gli “shurawì”, i russi. Durante l’ospitalità, imposta dalla tribù per la notte, nessuno osò confessare che gli “estranei” presenti non erano musulmani. Venticinque anni dopo, Kabul e Islamabad sono sull’orlo di una guerra. Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha minacciato di mandare l’esercito in Pakistan. Nel mirino di Karzai ci sono le due figure emergenti dei talebani pachistani: Maulana Fazullah e Baitullah Mehsud. “Il fatto che attraversino il confine per uccidere gli afghani e i soldati della coalizione, ci dà il diritto di fare altrettanto – ha dichiarato Karzai – Baitullah Mehsud deve sapere che lo inseguiremo fino a casa sua. Assieme a Fazullah capirà che li sconfiggeremo e ci vendicheremo per tutto ciò che hanno compiuto in questi anni in Afghanistan”. Il 22 giugno i militari della Nato in Afghanistan hanno risposto con l’artiglieria a un attacco di mortai proveniente dal Pakistan. Tre cannonate sono state sparate per “autodifesa” dalla provincia confinante di Paktika.
Gli attacchi nell’Afghanistan orientale sono aumentati del 40 per cento dall’inizio dell’anno, con picchi del 53 per cento ad aprile. Il ministero dell’Interno di Islamabad ha annunciato l’installazione di un sistema di monitoraggio satellitare che sorveglia il confine, mai definito con precisione sulle carte. Peccato che non serva soltanto a controllare i movimenti dei talebani, ma pure quelli delle truppe Nato a ridosso della frontiera. L’aspetto più preoccupante è che il Tehrik-e-Taleban, il neomovimento talebano guidato da Mehsud, si sta espandendo al di fuori delle aree tribali più remote. La stessa Peshawar, la Casablanca del nord-ovest dove si intrecciano spionaggio, caccia ad al Qaida e fondamentalismo, è circondata. Negli ultimi giorni i pachistani hanno scatenato un’offensiva con carri armati, elicotteri e caccia per rompere “l’assedio”. L’obiettivo è garantire la sicurezza alla vitale via di rifornimento terrestre della Nato in Afghanistan, che passa per il Kyber pass.
Come ai tempi di Rudyard Kipling, che raccontava l’epopea dei lancieri del Bengala alle prese con i guerrieri pashtun, non mancano intricate storie di complotti. Sayed Ansari, portavoce del’Nds, l’intelligence afghana, ha accusato il Pakistan di avere ordito l’attentato del 27 aprile contro Karzai. Il capo dello stato è sfuggito per un soffio a un attacco kamikaze ben pianificato durante una parata militare. Secondo documenti, confessioni e la rubrica dei telefonini dei terroristi, dietro l’attentato ci sarebbe l’Isi, il potente servizio segreto militare di Islamabad. Il ministro della Difesa pachistano, Chaudhry Ahmed Mukhtar, ha definito “bugie” le accuse di Kabul, ma le rivelazioni creano imbarazzo. “I terroristi hanno usato nomi in codice in telefonate verso il Pakistan e ricevuto sms dall’estero riguardo l’attentato” ha specificato il portavoce dei servizi afghani. Il personaggio chiave è un afghano conosciuto soltanto come Homayoun. Capo della cellula che ha cercato di uccidere Karzai, è stato eliminato durante un’irruzione nel covo dei terroristi a Kabul. Dalla traccia delle sue telefonate e dai numeri che ha chiamato in Pakistan emerge il coinvolgimento di personaggi legati all’Isi, come Jalaluddin Haqqani, un noto comandante dei mujaheddin, oggi alleato dei talebani e di al Qaida. Haqqani, fin dai tempi dei sovietici, aveva stretti contatti con l’Isi che lo aiutava con i petrodollari sauditi e le armi della Cia.
Le truppe della Nato dispiegate nelle province di confine non stanno a guardare. Il terzo reggimento dei parà britannico, al secondo giro in Afghanistan, ha lanciato il 7 giugno uno dei più impetuosi assalti dall’aria nella storia del reggimento. Trasportati dagli elicotteri i paracadutisti inglesi sono penetrati nel territorio pieno di talebani nella provincia di Zabul. “Lo spirito del reggimento è spingerci in profondità in territorio nemico per distruggerlo, qualsiasi cosa ci tirino addosso”, ha spiegato candidamente il maggiore Jamie Loden. Lo scrive il Daily Telegraph, raccontando la battaglia dei parà a Qarat-e-Hazrat, la più dura degli ultimi due anni.
L’obiettivo è fare a pezzi una delle ultime roccaforti talebane della zona e distruggere il “mito guerriero” dei fondamentalisti in armi. La compagnia A comandata dal maggiore Loden si trincera a Qarat-e-Hazrat, in una postazione fatta di fango, in attesa del nemico. Attraverso l’intelligence locale arriva un messaggio chiaro sulle intenzioni talebane: “Nessuno dei britannici deve tornare indietro vivo”. Il maggiore Loden rilancia da buon ufficiale britannico. Convoca gli anziani del villaggio e attacca: “Dite ai talebani che combattono come femminucce. Se sono uomini li sfidiamo ad attaccarci”.
Due ore dopo, quando la luce comincia a scendere, il fortino di fango dei parà è circondato dal fischio mortale delle pallottole, i traccianti si rincorrono nel cielo. Granate di mortaio e raffiche di mitragliatrice pesante piombano a valanga sui paracadutisti inglesi. Il maggiore Loden ha raggiunto il primo obiettivo: snidare l’invisibile nemico. Ora bisogna vincere la battaglia. I talebani si sono appostati a 700 metri. “I colpi di mortaio cadevano a meno di venti metri dalla mia posizione e i proiettili mi passavano davanti agli occhi”, racconta il capitano Andy Mallet. Il caporale “Jack” Russel è uno dei giovani parà che si fa onore in prima linea. Corre a prendere una mitragliatrice pesante e torna ad aiutare i commilitoni che stanno per essere travolti dal fuoco talebano. “Il nemico sembrava spuntare dappertutto – racconta il caporale – Ci hanno preso di sorpresa e all’inizio stavano per farcela. Poi sono andato a prendere l’arma pesante. Mentre correvo i ragazzi che mi aspettavano in trincea hanno visto i proiettili infilarsi fra i miei piedi”. I talebani aprono un secondo fronte mimetizzati in un frutteto e il fuoco sui parà s’intensifica. A questo punto i soldati inglesi rispondono con uno sbarramento di 40 granate da mortaio da 81 millimetri.
L’assalto talebano accusa il colpo. Le mitragliatrici pesanti inglesi continuano a martellare il nemico. Nella mischia vengono lanciati due missili anticarro per far fuori le postazioni trincerate. Nel buio le esplosioni illuminano a giorno la scena della battaglia. I talebani cominciano a ritirarsi cercando di portarsi via morti e feriti. “Con i visori termici abbiamo individuato due figure a terra che strisciavano e una immobile – osserva il capitano Mallet – Dopo 45 minuti tutte e tre le figure erano sbiadite”. Probabilmente gli assalitori colpiti non sono sopravvissuti. All’alba la battaglia è vinta e i parà escono in pattuglia trovando un cimitero di casse di munizioni, alberi divelti e crateri. Il maggiore Loden è soddisfatto: “Abbiamo dimostrato che i talebani non sono i mitici guerrieri che la gente crede. Faccia a faccia li battiamo”.
Non è sempre così. Nel mese di giugno sono caduti una decina di soldati inglesi. Alcuni giovanissimi come Charles Murray, 19 anni, Daniel Gamble, 22, e Nathan Cuthbertson, 19. Sono stati falciati da un attentatore suicida. Per non parlare del destino del veterano, il sergente maggiore Michael Williams, 40 anni, e la recluta, Joe Whittaker, di soli 19 anni. Tutti e due del secondo reggimento dei parà, sono caduti a poche ore uno dall’altro. Le salme vengono rimpatriate da Camp Bastion, la principale base inglese nella provincia di Helmand. I commilitoni caricano le bare a bordo di un C 130 avvolte nell’Union Jack. Il colonnello Joe Sullivan, non parla di quanto erano bravi i suoi soldati nell’aiutare l’Afghanistan portando caramelle ai bambini. Preferisce dire che “non c’è posto migliore se non in mezzo al secondo reggimento dei parà durante la battaglia”. Le sue parole si perdono nel deserto avvolte dalla melodia di una cornamusa del reggimento reale irlandese. Le note sono quelle di “The last post”, il silenzio suonato per i caduti dai tempi dell’impero britannico.